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L’attuale situazione di emergenza mondiale da Covid-19 (Coronavirus) sta avendo un forte impatto anche sulla richiesta di servizi web.

Il nostro paese, come molti altri, è in pieno lockdown. Nelle ultime settimane si è verificato un esponenziale aumento di traffico sulla rete Internet a livello globale, dovuto al picco di utilizzo di servizi multimediali, sia in ambito ludico che lavorativo: videochiamate, videoconferenze, streaming video.

Antonio Capone, professore di telecomunicazioni al Politecnico di Milano, rassicura la popolazione almeno dal punto di vista digitale, asserendo che il mondo dispone di sufficiente banda larga da soddisfare le attuali esigenze degli utenti e di mercato.

Partiamo dalle basi. Come riusciamo a connetterci ad Internet?

L’accesso a Internet avviene essenzialmente tramite due tipologie di reti:

  • reti di accesso (dette anche ultimo miglio), che connettono l’utente finale al suo provider tramite mezzi trasmissivi come il Rame, Radio e Fibra Ottica.
  • reti di trasporto, ossia la dorsale che raccoglie i flussi provenienti dalle reti di accesso e le convoglia su scala geografica (reti MAN, WAN, internazionali e intercontinentali) principalmente attraverso fasci di fibre ottiche e/o link satellitari. A questa rete si connettono direttamente i datacenter, ovvero le grosse strutture che ospitano i server delle varie piattaforme.

L’Italia, nel suo ritardo tecnologico, ha sempre riscontrato grossi problemi nella funzionalità della rete di accesso (le connessioni degli utenti nei posti di lavoro e nelle abitazioni risultano molto lente e/o difficoltose), a fronte di un buon grado di sviluppo nelle reti di trasporto; questo perché storicamente la nostra penisola, per la sua particolare posizione e conformazione geografica, è sempre stata la passerella d’Europa per le connessioni verso il continente africano e il ricco medio oriente.

Secondo l’ultimo aggiornamento (febbraio 2020), nella classifica dei paesi con la connessione Internet più rapida spicca sul podio la Corea del Sud, con una velocità di connessione media di 93.84 Mbps; in seconda posiziona gli Emirati Arabi Uniti (86.35 Mbps) e in terza lo Stato del Qatar (86.35 Mbps). Il primo paese europeo in classifica è l’Olanda, che occupa la 5° posizione con una velocità di connessione media di 70.22 Mbps, seguito dalla Norvegia (68.14 Mbps) e dalla Bulgaria (65.39 Mbps); l’Italia finisce in 46° posizione, con una velocità di connessione media pari a 35.95 Mbps.

Attualmente, i colossi dello streaming, come YouTube e Netflix, hanno messo in atto manovre correttive per sostenere e mitigare l’incremento di domanda, come la riduzione della qualità dello streaming video. Questo, apparentemente, più per ragioni di performance dei server all’interno dei loro datacenter che per effettiva saturazione delle reti di trasporto, almeno in Italia.

Meno qualità ma servizio per tutti, almeno sulla carta.

Questo riapre il dibattito sull'impatto della globalizzazione anche per quanto riguarda i servizi digitali, gestiti su datacenter esteri. La pandemia mondiale da Covid-19 ha provocato un rapido innalzamento delle frontiere e la tendenza dei paesi a privilegiare i rispettivi interessi nazionali in ogni ambito, da quello sanitario a quello tecnologico e digitale. Internet è sotto stress, ma il problema non è la rete, i grafici del MIX di Milano parlano chiaro: da quando l’Italia è diventata zona rossa, il 10 marzo 2020, i picchi quotidiani di traffico hanno subito un incremento del 50-80%, 1000-1100 Gbps nelle ore di punta (dalle 16 alle 19 e dalle 21 alle 23) a fronte dei picchi quotidiani di 700-800 Gbps, ma finora la rete nazionale sta reggendo.

La crisi digitale si riscontra nel campo del telelavoro: i sistemi di VPN, quelli di condivisione dei file e molti servizi di videoconferenza, soprattutto quelli realizzati con installazioni aziendali, hanno rischiato il tracollo a causa dell’ingente aumento di utenti connessi; i primi a riscontrare questo disagio sono stati Microsoft Team, Facebook e Whatsapp Messenger.

Negli ultimi anni le aziende medio grandi hanno sostituito molte applicazioni on premise con servizi in cloud, al fine di incrementare le risorse e far fronte alle richieste senza immobilizzare capitali, passando dal modello CapEx a quello OpEx, ossia la caratteristica peculiare dei servizi cloud di poter aumentare quasi istantaneamente la “potenza” dei servizi in termini di elaborazione e archiviazione a fronte di un aumento del canone – proprio nei giorni di picco della domanda dovuti allo spostamento dei dipendenti in telelavoro.

Le grandi piattaforme dispongono di servizi in cloud sparsi per il pianeta, ma i servizi cloud a base più regionale possono diventare drasticamente più lenti a causa del continuo intasamento delle direttrici di rete internazionali.

Si vocifera anche che alcune piattaforme cloud straniere, utilizzate da enti e imprese, abbiano in questi giorni “prioritizzato” le risorse a favore dei loro clienti esteri e che in certi casi ne abbiano bloccato la scalabilità.

Alla luce di questo, risulta ormai più che evidente la necessità di rendere l’Italia un paese telematicamente indipendente dai servizi informatici forniti da aziende estere o collocati all’estero, almeno per quelli che gestiscono servizi primari e/o di interesse nazionale.

Fonte: https://bit.ly/3dH6Qpm